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donna indiana transessuale

annalisa natali murri

una ragazza e una lettera

claudia corrent

ragazza con una treccia bionda

rena effendi

pugile bambino

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stanza semivuota con volto in tralice

daro sulakauri

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una mano con dei ricami cuciti

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tre persone in un campo vuoto

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Dalla collezione
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persona addormentata dietro finestrino

premio musa

donna bengalese transessuale

annalisa natali murri

cinderellas

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Fotografa bolognese, dopo gli studi in fotografia architettonica e urbana a Valencia ed una laurea in ingegneria, avvia una serie di progetti personali e documentaristici.

Le Cenerentole, Cinderellas appunto, di questa storia non sono principesse delle fiabe, ma Hijra del Bangladesh. Un tempo venerate e rispettate per la loro appartenenza al “terzo genere”, oggigiorno queste donne transgender soffrono invece gravi situazioni di povertà e negazioni di diritti, trovandosi costrette a prostituirsi per sopravvivere. Ma non è la tragedia di queste discriminazioni che ci viene mostrata nelle immagini in bianco e nero di Murri. Il suo ritratto delle Hijra è piuttosto un incontro intimo, silenzioso e profondamente rispettoso.

Essere transgender in Bangladesh

di Silvia Criara

In un paese dove essere omosessuale è illegale c’è chi lotta insieme contro l’emarginazione e la violenza. Le “Cenerentole” di Dacca, raccontate negli scatti di Annalisa Natali Murri, si fanno belle e scendono in strada con l’arma più potente, l’autoironia

donna bengalese transessuale

“La forza di un’immagine sta nelle sensazioni che riesce a tirare fuori da ciascuno di noi, è fatta dal mistero e dal non detto” dice Annalisa Natali Murri, “ci si deve riconoscere dentro, deve farci rivivere quelle esperienze e quelle emozioni universali come la paura e la solitudine che ognuno di noi ha sperimentato nella vita”. Le sue Cinderellas sono le hijras, transgender del Bangladesh, che ogni giorno si battono a testa alta per essere riconosciute. Una storia di diversità ed emarginazione che parla al cuore attraverso scatti intensi e delicati. Ci ricorda che un mondo senza pregiudizi è possibile e che dobbiamo unirci per costruirlo.

Com'è nato il progetto delle Cinderellas? Stavo organizzando un viaggio in Bangladesh e cercavo una storia interessante da raccontare. Navigando nel web mi sono imbattuta nella foto di un gruppo di trans vestite in abiti tradizionali, le hijras. Ho iniziato a fare ricerche per capire chi fossero e come potessero essere accettate in una società ultra conservativa a maggioranza musulmana. Ho cercato contatti sul campo e ho scoperto che le hijras si auto organizzano in piccole comunità guidate da una leader, così sono andata a incontrarne una nella periferia di Dacca. Quasi sempre vengono lasciate per strada quando fanno coming out perché è un’onta avere una transessuale in casa, così si fanno accogliere da queste nuove “famiglie”. Vivono insieme, emarginate dalla società, senza un’identità riconosciuta, costrette alla prostituzione, ma la loro energia, la loro voglia di raccontarsi, di fare uscire la loro storia mi ha travolta fin dall’inizio.

Perchè le chiama Cenerentole? Volevo un titolo che trasmettesse l’idea della bellezza che portano dentro, non volevo che fosse un lavoro drammatico. Il bianco e nero ha un impatto emotivo molto forte, ma negli scatti ho cercato di tirare fuori l’intimità e la femminilità.

È sempre stato così per loro? Una volta erano una parte eletta del corpo sociale ed erano venerate in tutti i Paesi del subcontinente indiano. La loro “diversità” le elevava moralmente, erano percepite come semidei, a metà tra l’umano e il divino. Venivano chiamate per danzare e cantare durante le festività, per propiziare la buona sorte e la prosperità durante i matrimoni e quando nasceva un bambino. Poi la situazione è cambiata con l’avvento del fondamentalismo islamico e, paradossalmente, anche dei media. Una volta caduta in disuso la loro forma di intrattenimento si è persa anche la credenza che fossero persone illuminate e sono state via via emarginate. Oggi non sono riconosciute come terzo genere pur essendo circa 35 mila, non possono avere una loro identità femminile, l’umiliazione è continua e passa attraverso bullismo, aggressioni e omicidi.

“La situazione delle hijras è cambiata con l’avvento del fondamentalismo islamico e, paradossalmente, anche dei media”

Cosa non si sarebbe aspettata? La forza, l’orgoglio e la gioia con cui affrontano la giornata, anche solo, banalmente, per andare al mercato a comprare frutta e verdura o per andare in moschea. Ho visto persone sorridenti, che non si piangono addosso e vanno in giro a testa alta. Stanno combattendo, si stanno unendo in associazioni per cambiare le cose, e ci stanno riuscendo. (In ottobre Pinki Khatun è stata la prima trans ad essere eletta nella storia del Bangladesh, ora è vice presidente del consiglio comunale di Kotchandpur, una cittadina nell’ovest del Paese, ndr).

Cosa l'ha colpita di più? I loro gesti, l’attenzione nell’acconciarsi e il portamento elegante. E poi la loro leggerezza, scherzano molto. Sono persone forti che non si abbattono davanti a nulla, l’autoironia è il loro scudo per andare avanti.

Come si rendono i risvolti psicologici di una storia con una foto? Sapere trasmettere gli aspetti intimi sta nella tua capacità di percepirli e nel saperli ridare allo spettatore. Mi piace che sia chi guarda a reinterpretare l’immagine, c’è sempre un alone di mistero e di non detto che poi diventa la potenza di un’immagine. Ci si deve riconoscere dentro, anche se noi non siamo hijras dobbiamo rivivere quelle sensazioni ed emozioni, la discriminazione, le paure, sono emozioni che ognuno di noi ha provato.

“Mi piace che sia chi guarda a reinterpretare l’immagine, c’è sempre un alone di mistero e di non detto che poi diventa la potenza di un’immagine”

Perché serve una Biennale di fotografia femminile? Mi è capitato spesso che le persone mi dicessero “Sai che scatti da uomo?”. All’inizio ero persino contenta, l’avevo preso come un complimento, poi mi sono fatta due domande e ho pensato a quanto fossero sessiste quelle affermazioni. Sono cresciuta con i grandi riferimenti della fotografia documentaria: Paolo Pellegrin, Alex Maioli, i fotografi Magnum, tutti maschi. Adesso ci sono più opportunità ma c’è bisogno di incoraggiare le giovani, è importante fare conoscere i nuovi modelli di riferimento.

Ha studiato ingegneria edile. Com’è avvenuto il passaggio alla fotografia? È stato un processo lento, la mia passione è nata quando ero a studiare in Spagna, ho iniziato a frequentare un corso di fotografia e architettura. Poi c’è stata una svolta quando ho capito che mi piaceva scattare per raccontare le emergenze sociali, da quel momento in poi mi sono concentrata sulla fotografia documentaria. All’università facevo la ricercatrice e forse è questo il tratto che accomuna le due professioni, il fatto che ti devi documentare, che l’approfondimento è molto più della metà del lavoro.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

una ragazza e una lettera

claudia corrent

vorrei

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Bolzanina, studia filosofia, approfondendo sia l’aspetto comunicativo che estetico dell’immagine.

Esplorando il concetto di “vita laburista”, i dittici del progetto Vorrei presentano gli studenti adolescenti di una scuola professionale di Bolzano accanto alla descrizione scritta dei loro sogni per il futuro. In queste foto, l'autrice problematizza il sistema lavoro di cui siamo tutti parte, mostrandocelo con gli occhi di chi sta per entrarvi per la prima volta. I giovani studenti delle foto sono ancora in un limbo in cui la giovinezza è carica di sogni, di energia, ma anche di obiettivi. Ognuno di loro restituisce allo spettatore una parte di sé, della sua personalità in divenire, posando per Claudia Corrent con libertà e intensità.

In punta di piedi nella vita degli adolescenti

di Silvia Criara

Un cappuccio calato sul viso, un sorriso che lancia una sfida, le braccia incrociate, le mani che penzolano, si fanno spazio dentro le tasche, reggono un foglio accartocciato, un paio di occhiali. Gli scatti di Claudia Corrent fanno parlare i ragazzi “perché non vedono l’ora di essere ascoltati”

un ragazzo e una lettera

L’adolescenza si legge nei dettagli, si nasconde nei gesti, nelle pose, nei desideri iperbolici scritti a penna su un foglio. A volte c’è solo una frase, un rigo appena, altre un fiume in piena di parole. “La fotografia mi aiuta a entrare pianissimo nella vita degli studenti, è solo un gioco per farli parlare di sé e delle emozioni che provano”, dice Corrent, che nel progetto Vorrei mette a fuoco una ventina di ragazzi attraverso una serie di dittici. Di fianco al loro ritratto campeggia un testo dove raccontano come immaginano il proprio futuro. C’è il sedicenne che vuole diventare il capo del mondo, chi si vuole trasferire in Finlandia in mezzo alla neve, chi sogna di ballare senza smettere. La fotografa ci racconta cosa ha scoperto sui banchi di scuola.

È laureata in filosofia. Come influisce sul suo lavoro di fotografa? Non sembrerebbe ma ci sono molti punti in comune tra le due discipline, c’è la stessa voglia di ricercare, di andare a fondo. Uno scatto, per quanto sia immediato e visibile, in realtà ragiona con dei paradigmi che sono invisibili, profondi, latenti e nascosti. Questo doppio gioco avvicina molto la fotografia alla filosofia, entrambe colgono le forme visibili per rivelare ciò che non si vede. Diane Arbus diceva che la fotografia parla di un mistero e che quindi è un mezzo filosofico per eccellenza, perché ti spinge a indagare e a spingerti sempre più in là.

“Uno scatto, per quanto sia immediato e visibile, ragiona con dei paradigmi latenti e nascosti”

Alla Biennale porta il progetto Vorrei, che mette in scena gli adolescenti e i loro sogni. Come è nata l’idea? Ho sempre lavorato nel sociale, affiancando la posizione di freelance alla didattica, faccio laboratori di fotografia con i ragazzi delle scuole medie e superiori. Il progetto Vorrei è nato proprio nel Centro Giovani all’interno della Scuola professionale di Bolzano, un luogo neutro dove gli studenti si sentivano liberi di raccontarsi. Parlavo con loro del futuro, di cosa avrebbero voluto fare più avanti, non solo dal punto di vista lavorativo, ma di sogni. Ho chiesto di scrivere i loro desideri su un foglio e poi, per gioco, di farsi ritrarre. Mi ha colpito come molti di loro avessero pensieri deboli, senza prospettive, restavano legati al lavoro, mentre io li incoraggiavo a puntare in alto. A distanza di tempo ho fatto lo stesso corso in un liceo. Ricordo quel ragazzo che mi ha detto: “Voglio salvare il mondo dalla mafia”. Lì c’erano più voli pindarici, tanto che mi sono soffermata più volte a pensare se anche i sogni siano socialmente determinati.

Cosa si dice poco sugli adolescenti e invece va saputo? Se ne parla male, sono stereotipati, in realtà hanno solo bisogno di avere qualcuno che li ascolti, un adulto, che non sia padre o madre, è quello che cercano con tutta la loro incredibile sensibilità, fragilità, arroganza, profondità, con tutto quello che sono. Cercano una figura adulta che entri in relazione con loro senza giudicarli. Prima di andare nella scuola professionale avevo fatto la maestra di asilo e tutti mi dicevano che avrei avuto molte difficoltà, che ci sarebbe stata una differenza abissale. In realtà se tratti gli altri con rispetto, in maniera gentile ed entri in relazione con loro in punta di piedi la risposta non può che essere positiva. Non ho mai avuto problemi anche in luoghi che potenzialmente, per le difficoltà sociali, potevano essere delle bombe.

“Spesso i sogni sono socialmente determinati, c’è chi può permettersi volare alto perché ha avuto gli strumenti”

Come li ha convinti a farsi fare un ritratto? Molti erano tranquilli, leggeri, di altri ricordo l’imbarazzo, tenevano la posa, poi la mollavano, poi la riprendevano. Ma era fondamentale per loro il fatto di essere i protagonisti, il fatto che io dessi importanza alla loro storia e al loro futuro, che ascoltassi quello che stavano dicendo. Hanno solo bisogno di essere visti e guardati. Ammanniti diceva che l’adolescenza è il periodo in cui i grandi dubbi esistenziali, le grandi fatiche e i grandi dolori che provi sono così assoluti che non li proverai più così in altri momenti. Perché dopo sai mediare, sai ammorbidirli, sai analizzare. È un periodo in cui metti su dei pezzi e fai fatica, chi più chi meno. È bello vedere quanta energia vitale esce quando riguardano il proprio ritratto, quante riflessioni si possono fare. Attraverso la fotografia riesco a far parlare i ragazzi, la uso come modello di inclusione. Utilizzo quello che è un loro linguaggio, Instagram ad esempio, per incuriosirli, ma poi sposto il lavoro su una visione più analitica e profonda. Quando ho fatto un laboratorio sulla differenza tra autoritratto e selfie, per fare prevenzione sull’uso di internet, abbiamo lavorato sulle differenze. Se il primo, che esiste da sempre, veniva usato dagli artisti per scoprire nuovi aspetti di sé, il secondo è legato al farsi vedere ed è fine a sé. Così ho chiesto ai ragazzi di farsi un autoritratto e poi abbiamo di come si sentivano in quel periodo, se erano stanchi, arrabbiati, felici, depressi. C’è chi non voleva farsi fotografare, così insieme abbiamo trovato un modo per creare un racconto di sé mettendo in scena solo degli oggetti, senza essere presenti. L’adolescenza è un’età mostruosa ed è bello potere tirare fuori la pletora di emozioni che sta dentro di loro, la fotografia le fa uscire.

Qual è il ruolo del fotografo oggi? Deve sapere porre delle buone domande, non solo fare vedere un’immagine, deve farci andare oltre. Un fotografo deve farti ragionare. Non serve turbare, basta sussurrare. Horst Bredekamp, che è uno storico dell’arte, dice che “Le fotografie devono arrivare come ronzio”.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

ragazza con una treccia bionda

rena effendi

transylvania: built on grass

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Fotografa documentarista attiva dal 2001, è originaria dell’Azerbaijan. Le sue immagini indagano l’umano, le persone e la cultura in contesti di ingiustizia sociale, conflitto e sfruttamento.

In Transylvania: built on grass ci trasporta in una Romania rurale che sembra sospesa nel tempo. Il lavoro nei campi, nei pascoli e nelle fattorie è portato avanti secondo metodi tradizionali secolari, è un mondo dove la fatica è uno sforzo manuale collettivo a cui partecipa ogni membro della famiglia. Lo sguardo di Effendi riesce a catturare la doppia dimensione di una società rurale ancora non toccata dalla industrializzazione del lavoro: se da un lato sembra di osservare i frammenti di un mondo di fiaba, dall'altro la durezza della vita agreste si può leggere nelle azioni, negli sguardi e nei volti segnati dei vari membri della comunità.

Frammenti di vita contadina

di Silvia Criara

In Transilvania cammini nelle campagne e senti il profumo del fieno nell’aria, le api ti volano attorno, i contadini amano la terra e se ne prendono cura senza sfruttarla. Ma Rena Effendi ci svela le fragilità di un ecosistema perfetto, che oggi rischia di essere inghiottito dall’industria e dal sogno di una nuova vita in città

bambino disteso in un prato

“Scattare una foto è un modo incredibile di vedere, è un vedere profondo” dice Rena Effendi, fotogiornalista pluripremiata a livello internazionale. Per lei fotografare è una forma di meditazione e la aiuta a “immergersi nella vita delle persone e a illuminare storie nascoste, dove manca l’attenzione dei media”. Alla Biennale presenta il progetto Transylvania: built on grass, in cui ha documentato la vita di una delle ultime comunità contadine d’Europa.

Perché ha iniziato a fotografare? Quando studiavo pittura pensavo che avrei fatto l’artista, passavo giornate intere a lavorare nel mio studio. Piano piano ho iniziato a capire che a quel mondo mancava qualcosa perché fosse davvero mio. Dipingere è un atto introspettivo, ti guardi dentro, e io invece avevo bisogno di dialogo, di scambio, di incontrare le persone. La macchina fotografica mi ha permesso di avere esattamente quello che stavo cercando: entrare nelle case e scoprire le storie della gente. Così ho iniziato scendendo nelle vie della mia città, Baku (in Azerbaijan, ndr), nel quartiere in cui sono cresciuta.

Cosa cercava? Le mie prime foto ritraevano i vicini di casa e il paesaggio che mi trovavo davanti quando passeggiavo, mi affascina da sempre camminare verso qualcosa di ignoto, che non conosco. A quel tempo Baku stava vivendo una grande trasformazione per via dell’esplosione dell’industria del petrolio, la gente veniva sfollata nelle periferie per fare spazio a edifici di rappresentanza. Quelle persone per me erano le vere storie da raccontare, quelli che pagavano le conseguenze del boom economico. Mentre scattavo non ero totalmente conscia che quegli scatti sarebbero stata l’unica documentazione di una realtà che sarebbe scomparsa da lì a poco. In quel momento ho iniziato a capire il potere della fotografia documentaria, che può sopravvivere nel tempo come un documento storico e diventare una prova di ciò che non c’è più. Quelle foto, scattate dal 2001 al 2005, mostravano l’ultimo respiro della città prima che cambiassero per sempre le strade, i volti, le case, le botteghe. Se le guardi ora resti scioccato.

“La fotografia documentaria può sopravvivere nel tempo come un documento storico e diventare una prova di ciò che non c’è più”

A Mantova porterà il progetto Transylvania: built on grass. Cosa l’ha colpita di più di questa storia? Sono andata in Transilvania perché volevo documentare la vita di una delle ultime comunità di contadini d’Europa. Per raccontarla sono partita dai campi di fieno, perché meglio di ogni altra cosa mostrano come l’uomo e la natura possano convivere in armonia. Quei campi sono come i giardini, se non te ne prendi cura diventano una giungla. Per questo durante l’estate, la stagione del fieno, uomini, donne e bambini lavorano dall’alba al tramonto, perché poi i covoni serviranno a nutrire gli animali durante l’inverno. Queste comunità sono l’esempio di come si possa nutrire la natura senza sfruttarla: le fattorie non sono industrializzate, fanno tutto a mano, anche nei campi lavorano con i cavalli. È il loro modo gentile per ringraziarla. In molti altri Paesi non si fa il fieno, perché per nutrire gli animali ci sono i mangimi industrializzati, in Transilvania invece cammini e senti il profumo nell’aria, le api ti volano attorno, c’è un intero ecosistema che è fragile e ha bisogno di essere protetto.
Ma questa cultura e questo stile di vita sostenibile sono a rischio perché i giovani emigrano nell’Ovest dell’Europa, vogliono un lavoro e una vita di città, non vogliono stare nei campi come i loro genitori, ed è una tendenza che riguarda tutte le aree rurali del mondo. Per questo ho scelto di raccontare queste storie, perché in qualche modo loro nutrono anche noi. Come dire: “Attenzione, qui c’è qualcosa di meraviglioso, non distruggiamolo, non lasciamolo andare, guardiamo quanto è bello”. Ho conosciuto una donna che era incinta al nono mese e spostava barili grandi tre volte lei, ero scioccata dalla sua forza. Ho provato a tagliare il fieno ma nemmeno ci riuscivo, mentre loro lo facevano con una facilità, una grazia e un orgoglio che non dimenticherò mai.

Qual è invece il momento che non dimenticherà mai? Stavo camminando e ho visto una donna seduta al lato della strada, si chiamava Maria. Le ho chiesto cosa stesse facendo lì e lei mi ha risposto: “Niente, sto solo aspettando che venga l’inverno”. Sono sicura che avesse milione cose da fare ma ha avuto la calma, la leggerezza e la gioia di dire che non stava facendo nulla. Mi ha colpita perché questa risposta racconta la sua filosofia di vita, davvero zen, e con le sue parole semplici mi ha fatto riflettere sulla vera felicità. Come se dicesse “tutto scorre, sono felice della mia vita e aspetto seduta quello che verrà”, è un concetto davvero profondo e complesso ma per lei era del tutto naturale, non ci metteva quel significato. Io invece l’ho paragonato al nostro stile di vita frenetico, al modo in cui corriamo tutto il giorno, non abbiamo un momento per noi e per i nostri affetti.

“Scattare una foto è un modo incredibile di vedere, è un vedere profondo, per me è come meditare”

Quando inizia un progetto sceglie prima che taglio dare alla storia? Non ci penso mai prima di scattare, è un processo organico. Per me fotografare è una forma di meditazione, quando vado in giro sono davvero molto concentrata su ciò che mi circonda. Vedo, sento e guardo tutto. Quando faccio un ritratto di una persona osservo ogni micro espressione, come si muovono gli occhi, come si muove l’angolo della bocca, le sopracciglia. Lo stesso succede in strada con i volti, i colori dei muri, le geometrie del paesaggio, gli alberi, la luce, il cielo. Scattare una foto è un modo incredibile di vedere, è un vedere profondo. Normalmente quando cammini la tua vista periferica dorme, cammini dritto verso un obiettivo e ti concentri solo su quello. Quando ero nei campi in Transylvania prima guardavo la scena da lontano, stavo sulla collina per non essere notata. Poi mi avvicinavo quando i contadini stavano mangiando, volevo vedere le loro facce, la loro pelle bruciata dal sole, volevo vedere i bambini, la texture del pane che avevano in mano. Se qualcuno mi stupiva prima di immortalarlo ci parlavo, andavo a vedere dove viveva, con chi, com’era la sua casa. Fare un ritratto coinvolge a un livello molto profondo.

Che storie le interessano di più? Le mie foto parlano della gente, non voglio passare messaggi filosofici. Qualsiasi cosa io racconti gira intorno alle persone. Quando ho iniziato a raccontare la mia città proprio quelle storie mi hanno portata a fare un lunghissimo viaggio per documentare l’impatto del petrolio sulla società. Ho attraversato tre Paesi, dall’Azerbaijan alla Georgia fino alla Turchia lungo la strada dell’oleodotto multimilionario che trasporta il petrolio a Ovest. Ho ritratto le persone che vivevano nelle immediate vicinanze quando il prezzo del petrolio era molto alto, 100 dollari al barile. Peccato che sul cammino di quell’impresa multimilionaria incontravo solo persone che vivevano in estrema povertà, migliaia di persone ingannate dalle promesse di benessere. Era un contrasto impressionante e volevo raccontarlo perché rappresentava il costo umano di quel grande progetto di infrastrutture. È un genere di storie che continuerà a essere importante perché i progetti di questo tipo avranno sempre un costo umano, ambientale e culturale. I governi e le aziende non ne parlano quando li annunciano, quindi per me l’imperativo, da giornalista e fotografa è far conoscere queste storie dove manca l’attenzione dei media. Racconto le persone, cerco di disseminare il messaggio ma non sono un governo e non sono un’associazione per la salvaguardia del patrimonio culturale. Resta tutto nelle mani del pubblico.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

pugile bambino

sandra hoyn

fighting for a pittance

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Fotogiornalista tedesca, dal 2005 Hoyn si occupa di progetti legati ai diritti umani e a tematiche sociali e ambientali.

Attraverso una serie di immagini in bianco e nero, Fighting for a Pittance documenta la durezza dei combattimenti minorili di boxe in Thailandia e lo sfruttamento ad essi connessi. Le foto ci mostrano non solo la violenza del ring, ma anche la pressione psicologica che va di pari passo con la competizione sfrenata. Bambini e bambine si allenano portando il loro corpo e la loro mente al limite, mentre vestono gli abiti di lottatori adulti.

Per un pugno di Baht

di Silvia Criara

A volte i clienti le commissionano “lavori noiosi” solo perché è una donna e le dicono persino come scattare le foto. Eppure Sandra Hoyn ha alle spalle un terzo posto al World Press Photo e una lunga serie di reportage coraggiosi. Alla Biennale ci porta sui ring della Thailandia, dove i genitori si giocano tutto ciò che hanno, sulla pelle dei figli

pugile bambino che solleva un manubrio

Il tono delle voci si alza fino a esplodere in urla e imprecazioni, i tavoli delle scommesse sono coperti da bottiglie di whisky e la tensione sale. C’è un bambino al tappeto. Il reportage Fighting for a pittance di Sandra Hoyn denuncia la violenza, fisica e psicologica, che subiscono i giovanissimi lottatori di Muay Thai. Iniziano prestissimo, per soldi e fama, mentre le loro famiglie vedono nei ricchi cachet un riscatto dall’indigenza.

Cosa l’ha portata sui ring della Thailandia? Un giorno ero vicino a Bangkok e, per caso, mi sono imbattuta in un’arena, dove c‘era una gara di Muay Thai. Peccato che a darsele non fossero due adulti, ma due bambini circondati da una folla di uomini che scommettevano su di loro. Non era proprio un ambiente adatto alla loro tenera età. In più non avevano nessuna protezione e non c’era nessuno che li potesse medicare in caso di emergenza. Sono rimasta sconvolta da quanta pressione avessero addosso. Il motivo di tutta quell’ansia è semplice: lottano per soldi. I bambini hanno paura delle gare perché i genitori potrebbero perdere tutto quello che hanno scommesso a causa loro. Sono delle piccole macchine da soldi, vincere non è un’opzione, è un obbligo. All’inizio è stato difficile avvicinarsi agli allenatori e ai bambini, nessuno di loro parlava inglese. Così per circa un mese ho accompagnato i piccoli a casa dopo gli allenamenti e le gare.

A che età iniziano a combattere? Iniziano anche a 6 o 7 anni e la maggior parte di loro sono maschi, ma nel reportage ho fotografato anche due bambine. Le loro famiglie vivono spesso in povertà e vedono nei ricchi cachet dei vincitori un riscatto dall’indigenza. Si allenano all’alba e subito dopo la scuola e anche se sono distrutti dalla stanchezza spesso sono obbligati a gareggiare alle otto di sera. E così succede che spessissimo saltino la scuola perché i genitori preferiscono che diventino ottimi lottatori piuttosto che bravi studenti. La realtà è che solo pochissimi di loro diventeranno professionisti e saranno ripagati con fama, gloria e denaro, contando anche che la carriera dei boxeur finisce verso la metà dei vent‘anni.

“Un giorno ho visto un allenatore colpire un bambino con una bacchetta prima di una gara per obbligarlo a continuare ad allenarsi”

I combattimenti sono legali? Le gare sono legali, ma le scommesse no, però nessuno sembra curarsene molto, a partire dalle famiglie.

Ci sono associazioni di attivisti che si battono per i diritti dei bambini? Ci sono a livello internazionale, ma non locale, il Muay Thai viene difeso perché è un‘istituzione culturale. In realtà moltissimi bambini thailandesi praticano la boxe fin da piccoli, ma lo fanno per divertimento, non partecipano alle gare. Se non sono obbligati ad allenarsi dai genitori si divertono molto. È lo sport nazionale, quindi piace a tutti. Ma per chi combatte è diverso, ho visto un allenatore colpire un bambino con un ramoscello prima di una gara per obbligarlo a continuare ad allenarsi.

Cosa l’ha commossa di più? L‘ambizione. I bambini seguono una tabella di marcia durissima, sono costantemente sotto pressione, ma non rinunciano ad allenarsi anche se sono stanchi, vorrebbero giocare o, semplicemente, fare altro. Un giorno un bambino aveva perso il match ed era steso al tappeto. Sua mamma urlava arrabbiata. Le ho chiesto se fosse preoccupata, suo figlio si era infortunato, ma lei si lamentava del fatto che avessero buttato al vento un sacco di soldi per colpa sua.

“Ci vuole molto tempo per andare nel profondo di una storia, conoscere le persone, entrare nelle loro vite e nei loro sentimenti. Ogni volta che qualcuno si spalanca ai miei occhi mi apro anche io”

Cos’è significa per lei la fotografia? È un modo di vivere, non farei niente altro nella mia vita. Mi piace lavorare a progetti miei, che parlano di diritti umani e denunciano le ingiustizie sociali, non voglio dipendere dalle riviste che vogliono tutto e non pagano nulla. La fotografia mi dà il modo di spingermi oltre i limiti. È importante trovare un equilibrio tra l’esigenza di guadagnare soldi e quella di seguire i reportage che stanno più a cuore, perché ci vuole molto tempo per andare nel profondo di una storia, conoscere le persone, entrare nelle loro vite e nei loro sentimenti. Ogni volta che qualcuno si spalanca ai miei occhi mi apro anche io, è uno scambio.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

stanza semivuota con volto in tralice

daro sulakauri

the black gold

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Sulakauri studia cinema e fotografia a Tbilisi, Georgia, per poi diplomarsi in fotogiornalismo documentaristico all' International Center of Photography di New York.

Nella città di Chiatura, in Georgia, l'oro ha il colore nero del manganese, metallo estratto a taglio aperto. In questo luogo si trova la più grande riserva di manganese di tutto lo stato e la comunità locale è per lo più impiegata nel lavoro di estrazione. The black gold ci porta nel vivo delle condizioni lavorative dei minatori georgiani di Chiatura. Ogni giorno gli uomini si avviano verso le mine, lavorando in condizioni durissime e pericolose per 8-12 ore al giorno per un salario di 270 dollari. Il progetto è accompagnato da un'installazione sonora.

Nel ventre della terra

di Silvia Criara

Viaggiano schiacciati in minuscoli treni con le cabine arrugginite, lavorano con macchinari datati, gli stessi dagli anni Cinquanta. E per guadagnarsi da vivere sono costretti a piazzare le mine nella pancia delle montagne, proprio sotto le loro stesse case. Daro Sulakauri si è addentrata nelle miniere di Chiatura, in Georgia, per denunciare le condizioni disumane in cui vivono i lavoratori

un minatore in una galleria

Nella zona il manganese lo chiamano The Black Gold, perché è l’oro nero che da decenni sfama migliaia di persone. Peccato che a differenza di chi ne incassa i profitti, i minatori lavorano in situazioni estreme e rischiano la vita per una manciata di dollari al giorno. Non hanno sindacati che tutelino i loro diritti, ma una nuova legge sul lavoro, che stenta a essere approvata potrebbe cambiare le cose, un giorno. Sulakauri, giovane fotogiornalista georgiana che ha all’attivo un premio Reuters, li ha seguiti “là dove cammini e ti manca l’ossigeno” per raccontarci, a Mantova, la loro storia.

Quando ha scoperto la fotografia? Ho iniziato da bambina, quando sono tornata dagli Stati Uniti, dove avevo vissuto per un periodo, in Georgia non sapevo più una parola della nostra lingua. Ai tempi il russo era l’idioma dominante, molti dei miei amici parlavano solo inglese come me. È così che scoprii la fotografia, era diventato il mio mezzo per parlare. Prima di uscire mettevo le calze, indossavo i vestiti e prendevo la macchina, che era sempre con me. E ancora adesso è il mio modo di esprimermi.

Si è subito avvicinata ai temi sociali. Perché? Nel mio Paese abbiamo molti problemi di cui non si parla, in ogni regione ci sono storie nascoste e quando ne vieni a conoscenza hai l’obbligo di fare qualcosa per portarle alla luce e farle conoscere a più persone possibile. Qualche anno fa ho fatto un reportage sulle spose bambine, abbiamo il più alto tasso d’Europa. All’inizio è stato come uno schiaffo in faccia per il governo e per l’opinione pubblica, la gente ha iniziato a parlarne, i giornalisti hanno iniziato a scriverne e la situazione sta piano piano cambiando.

A Mantova presenterà The Black Gold. Com’è nato? Tutto è nato perché ero davvero affascinata dai piccoli treni a cabine che portano i minatori all’interno delle montagne. Un giorno ho conosciuto uno scrittore di Chiatura, che mi ha presentato un suo lontano cugino che abitava in zona e conosceva tutti. Mi ha accompagnata lui dai minatori e siamo saliti con loro sul treno in partenza per il ventre della montagna. Ovviamente quando ci hanno chiesto se avessimo il permesso per seguirli e fotografarli ho detto: “Certo che ce l’abbiamo”, mentendo. Sono una fotogiornalista, nessuno mi avrebbe dato lasciato vedere cosa succedeva realmente. La cosa più assurda è che, con le mine, fanno saltare in aria lo stesso suolo dove hanno costruito le loro case, in cima alla montagna. Fanno esplodere le loro stesse fondamenta.

Non aveva paura? Ci addentravamo per chilometri e chilometri, è incredibile pensare che la maggior parte di loro passi la vita lì. Per i primi quindici minuti non riuscivo a respirare, un po’ mi preoccupavo perché c’è davvero poco ossigeno e una pessima ventilazione. Però ti devi solo abituare, l’essere umano si abitua a tutto. La situazione in quei giorni era ancora più estrema perché facevano saltare le mine, ma questo ci ha permesso di vedere tutto il processo di esplosione. Io mi sono fidata di loro, mi dicevano di non preoccuparmi. Solo così ti puoi rendere conto di cosa sia la loro vita. Durante tutto il giorno mangiano solo un tozzo di pane, del prosciutto e un piccolo pezzo di formaggio. Purtroppo a Chiatura è l’unico lavoro che si può fare, ci sono intere generazioni che hanno vissuto nelle miniere, è l’unico modo per portare il cibo a casa. I minatori manifestano, si uniscono in gruppi, si battono per avere più diritti, ma non hanno molta scelta. Probabilmente riusciranno a fare approvare un nuovo codice del lavoro che migliorerà le loro condizioni, ma è molto tempo che il dibattito va avanti e non è cambiato molto, ci vorranno anni. Ma è comunque importante che protestino, senza la lotta non succederà nulla. In quella miniera sono tornata un’altra volta, poi con gli scatti che avevo raccolto, ho fatto una prima mostra.

È cambiato qualcosa dopo la mostra? Il portavoce dell’azienda che si occupava dell’estrazione del manganese mi ha chiamata chiedendomi perché avessi parlato di quella storia, abbiamo litigato per tutta la telefonata. Subito dopo hanno chiuso tutte le miniere e ci hanno messo davanti gruppi di guardie a controllare che nessuno si avvicinasse e facesse foto. Molti minatori mi hanno chiesto che non si vedessero i loro volti per paura di essere licenziati, per questo in due foto le loro facce sono illuminate da un abbaglio che le rende irriconoscibili.

Cosa non si dimenticherà mai? Cammini nei tunnel per ore e ore e vedi le condizioni misere in cui lavorano queste persone, quell’aria fetida che si respira ti si attacca addosso e non la scordi più. Pensare che loro lo fanno ogni giorno ti cambia la vita. Quando esci e senti l’aria che entra nei polmoni è una sensazione meravigliosa.

A cosa sta lavorando ora? Nel 2018 ho vinto il premio Reuters per il fotogiornalismo, poi sono rimasta incinta e mi hanno dato molto tempo per portare avanti il mio progetto. È sul confine tra Georgia e Russia, dove la maggior parte del nostro territorio è occupato dai militari russi. La mia storia parla della gente che vive in quei territori di confine, depredata ogni giorno della propria terra e spesso rapita.

A cosa serve una Biennale della Fotografia Femminile? Penso che sia importante essere viste, io non mi sono mai sentita esclusa perché donna ma molte colleghe sì, i maschi dominano ancora in molte industrie. La Biennale è un modo per rendere questo tema più visibile. Purtroppo siamo nel 2020 e ne stiamo ancora parlando, non dovrebbe essercene bisogno.

Silvia Criara

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silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

una ragazza addormentata su un tubo

erika larsen

quinhagak
works between 2015-2019

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Fotografa statunitense, si avvale di linguaggi multimediali per indagare e raccontare culture che mantengono legami molto stretti con la natura.

Uno dei suoi lavori più noti è un reportage sui Sami dal titolo “Sàmi, Walking with Reindeer”, culminato in un libro nel 2013. Dal 2017 è Fellow del National Geographic, per il quale segue un progetto in evoluzione sulla connessione tra gli animali e i popoli indigeni delle Americhe. La sua fotografia rivela i legami invisibili che uniscono i luoghi e le culture ad essi legati, inclusi i sistemi di credenze. Alla Biennale mostrerà le immagini inedite del progetto su cui è attualmente al lavoro, che riguarda la pesca del salmone in Alaska.

Balla con gli Youp'ic

di Silvia Criara

In Alaska una fotografa speciale ha visto riaffiorare la storia dal ghiaccio e dagli eschimesi ha scoperto che la natura si ricorda tutto. E anche se l’abbiamo dimenticata, possiamo sempre ritrovarla dentro di noi e nelle persone che abbiamo intorno

donna in piedi dietro essicatoio

“Il mio è un lavoro egoistico, non viaggio solo per documentare lo stile di vita degli indigeni con una serie di fotografie, ma perché so di avere molto da imparare da loro”. A dirlo è l’americana Erika Larsen, che nel progetto Quinhagak. Works between 2015-2019 presenta quattro anni di vita all’interno della comunità Yup’ic di Quinhagak, in Alaska. Lì l’economia è di sussistenza e, giorno per giorno, si sperimentano altri tempi e altri modi di vivere, diversi da quelli di una città. “Avevo bisogno di ritrovare quel sentire, quel leggere e quell’interpretare i segni della natura che l’uomo oggi non ricorda più, per questo ho fatto avanti e indietro per quattro anni, per immergermi nella comunità e nelle storie” dice.

Cosa ha imparato dagli Yup’ic? Ho scoperto che la terra registra tutto ciò che succede, ha una memoria dei processi che l’hanno governata, è tutto scritto: l’erosione, i maremoti, lo scioglimento dei ghiacci. Ma sto imparando che c’è anche una memoria ancestrale, che costantemente ci ricorda che noi e la natura siamo inscindibili, ne facciamo parte e lei fa parte di noi. Gli Yup’ik vivono sul Mare di Bering che colpisce le coste con violente tempeste, tanto da mangiare le coste a una velocità impressionante. I villaggi stanno affondando, mentre il mare avanza inesorabile. Gli anziani delle comunità l’avevano già capito negli anni Novanta che il terreno stava sprofondando a causa del surriscaldamento e dello scioglimento del permafrost, lo strato di ghiaccio perenne che ricopre il suolo. Lo vivono come una naturale evoluzione nella storia della Terra, ma sanno che il cambiamento climatico ha accelerato il processo. Il villaggio dove sono stata è stato spostato otto volte prima di diventare un insediamento permanente. Ora è giunto alla sua nona incarnazione, ma le case sono già state mosse dalla linea di erosione, perché stavano affondando di nuovo. Questa sorte accumuna tutti i villaggi dell’Alaska occidentale ed è un problema sociale enorme. Una casa costa 70 o 80mila dollari, poi c’è da fare il trasloco, ci vogliono un sacco di soldi. Come faranno le persone? Chi metterà i soldi?

Abbiamo addosso una memoria ancestrale, che costantemente ci ricorda che noi facciamo parte dell’ambiente e l’ambiente fa parte di noi

Cosa non avrebbe mai immaginato? Oggi, con lo scioglimento dei ghiacci, in Alaska stanno venendo fuori dalla terra interi villaggi ricchi di reperti. Come quello di Nunalleq, vicino a Quinhagak, dove c’è un sito archeologico in cui gli scienziati stanno riportando alla luce antichi manufatti. A Quinhagak tutti conoscevano Nunalleq grazie alle storie tramandate di generazione in generazione, ma a un certo punto non fu più menzionato perché nel tempo era stata sommerso dai ghiacci. La tradizione orale narrava che il villaggio era stato distrutto durante la Bow and Arrow War, una guerra tra nativi dove morirono tutti. Solo adesso quelle testimonianze orali hanno trovato un’evidenza fisica. Tutto ciò sta cambiando la vita a molte persone e fa capire quanto sia fondamentale preservare la memoria di ciò che è successo. Ci sono i bambini che vanno a vedere i reperti, riscoprono la loro storia, ascoltano le canzoni degli avi e chiedono agli anziani di ballare. Negli ultimi sette anni hanno iniziato a rifare le danze Yup’ic. Nel 2018 sono tornata con una fotografa russa, Evgenia Arbugaeva, e abbiamo fatto un reportage con 25 bambini. Erano loro a usare la macchina fotografica e hanno documentato la vita quotidiana, gli scavi, hanno raccontato la loro storia del loro villaggio e le loro immagini saranno parte dell’archivio del centro culturale locale.

Come si è introdotta nella comunità? Le amicizie si costruiscono nel tempo, prendendosi cura delle persone, questo fa parte dell’essere umano e delle sue relazioni, non c’entra la fotografia. Sono tornata molte volte nel villaggio, quando ero lì vivevo a casa di Sara, ma passavo molto tempo con tutta la comunità, che è molto piccola e ho riscoperto il valore dei legami e l’importanza di chi abbiamo intorno. Non sono la fotografa che va lì a raccontare una sola storia, perché la storia stessa è un lavoro collettivo e intimo, di storie all’interno di altre storie. Lo storytelling è sempre uno sforzo collettivo, non puoi farlo senza un pubblico e senza le persone che ne fanno parte.

Le amicizie si costruiscono nel tempo, prendendosi cura delle persone, questo fa parte dell’essere umano e delle sue relazioni, non c’entra la fotografia

In Alaska gli uomini si sentono ospiti della natura? Gli abitanti sanno bene che se qualcosa non è di stagione smettono di averlo. E quando accetti che non ce l’hai, capisci che sei davvero parte del regno naturale. Certo, c’è sempre un negozio di paese dove possono comprare una pizza surgelata, ma la pagano molto cara e comunque gli acquisti non arrivano nemmeno al 50% del fabbisogno. Quando siamo in comunione con la terra riusciamo a capire che ogni nostra azione ha delle conseguenze e che dobbiamo essere più cauti.

Nel suo lavoro c'è un messaggio per il pubblico? Non ho proclami, ma so che mostrare alle persone questi modi di vivere in armonia con la natura mette in faccia il fatto che quel ricordo fa parte di noi. Per questo dico che il mio lavoro è egoista, perché è un processo che io ho bisogno di studiare per me stessa e so che ci vorrà una vita per recuperare questa memoria. Proprio perché le persone che ho ritratto nelle foto sono diverse insegneranno a ognuno di noi qualcosa di diverso, risuoneranno in tanti modi a seconda dell’esperienza di vita di ciascuno.

Come tiene insieme lavoro, viaggi e figlio? Ho girato moltissimo da quando è nato mio figlio Paulo, che ora ha sei anni. Lui sa che quando viaggio è per imparare qualcosa di nuovo sul mondo e su me stessa e quando torno questo qualcosa non vivrà solo nelle foto, ma anche nell’esperienza che porto a casa alla mia famiglia. Anni fa non ero assolutamente pronta ad avere figli, poi durante il progetto sui Sami in Scandinavia ho imparato che la comunità può crescerli in un modo molto positivo, cosa che in generale non fa parte della nostra cultura, più individualista. Così l’ho dovuto ristudiare e imparare da loro. Mia mamma, mio papà, mia suocera, mio suocero, tutti quelli intorno a me crescono mio figlio quando sono via. Ecco, essere “umani” per me vuol dire riscoprire il valore della comunità che ti circonda.

Perché serve una Biennale della fotografia femminile? Non ho mai pensato se ci sia un motivo, ma so che ogni persona porta con sé il mondo in cui è cresciuto. Il fatto di essere una donna influenza il mio punto di vista, influisce nel taglio che do alle mie storie, come le porto avanti, ma anche nel modo in cui le persone con cui lavoro mi percepiscono. Se vado in certe comunità arrivarci da donna automaticamente mi dà la possibilità di essere presentata ad alcune persone, di dischiudere mondi che a un uomo sarebbero negati. Quindi, perché non avere una Biennale con questo focus? Si sentirà un’energia collettiva che si sprigiona, quella che si crea se metti insieme un gruppo di donne nella stessa stanza.

Silvia Criara

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silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

una mano con dei ricami cuciti

eliza bennett

a woman's work is never done

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Artista britannica nata nel 1980, Bennett MAFA City & Guilds of London Art School, inizialmente studia Fashion design a Middlesex University. Le sue esperienze di lavoro in ruoli ancillari poco remunerati come badante e sarta hanno fornito l'ispirazione al progetto.

Il ricamo è tradizionalmente associato all'idea di lavoro femminile, inteso come opera minuziosa e agile, distante dalla fatica fisica del lavoro maschile. In A Woman’s work is never done, Eliza Bennett sovverte questa contrapposizione tra lavoro maschile e femminile, usando lo strato superiore della sua pelle come tessuto da ricamo. Usando una tecnica considerata femminile, l'artista ci restituisce l'immagine rappresentativa di quelle mani di donne impiegate in occupazioni ancillari e invisibili alla società mostrando come il lavoro delle donne sia ben lungi dall'essere facile e leggero.

La protesta in un ricamo

di Silvia Criara

“Quello è un lavoro da donna”. Quante volte abbiamo sentito ripetere questa frase? A Mantova l’artista inglese Eliza Bennett prova a ribaltare lo stereotipo con un rito estremo: ricamarsi una mano a fior di pelle

particolare di una mano con cuciture ricamate

È un tributo alle donne ma anche un omaggio si fa carico di tutti gli “invisibili”, coloro che ogni giorno svolgono lavori ancillari, considerati servili, ma fondamentali per la società. Non riconosciuti, spesso sottopagati e senza tutele. Nella serie A Woman’s Work is Never Done Bennett utilizza la sua stessa mano come tela e sulla pelle cuce, ad arte, le callosità tipiche di chi svolge lavori pesanti.

Quando ha scelto di fare l’artista? Ho passato tutta l’infanzia a spostarmi per mercatini e musei perché i miei genitori restauravano antichità, ogni anno giravamo per le fiere dedicate ai collezionisti e io ero particolarmente attratta dai tessuti. Quegli oggetti strambi per me erano dei veri e propri tesori da scoprire. Sui banchi di stoffe c’erano indumenti, vestiti, accessori affascinanti che raccontavano la vita di donne del passato molto più di qualsiasi altro oggetto di arredo. Per questo ho iniziato a lavorare come costumista e scenografa. Da lì ho imparato a creare quelle strutture tridimensionali che poi sono entrate a far parte del mio lavoro. La pelle per me è uno strumento per esplorare l’essere, del resto anche l’abbigliamento stesso è una forma di seconda pelle che ci protegge e comunica qualcosa di noi agli altri.

“Vorrei fare riflettere la gente sul cliché che divide i lavori tra maschi e femmine. E sul fatto che gli impieghi storicamente considerati da donna siano quelli meno pagati”

A Mantova esporrà A Woman’s Work Is Never Done. Com’è nato il progetto? La prima volta è successo per gioco, ero a scuola durante una lezione di economia domestica. Per curiosità ho provato a far passare l’ago attraverso gli strati superiori di pelle. Mi sono stupita, non faceva per niente male, dava solo un leggero fastidio. Quando mi vide l’insegnante restò disgustata, la sua reazione fu esagerata, non era una cosa da ragazzine cucirsi la mano. Restai davvero indignata, poi non pensai più a quel gesto per molti anni, fino a quando mi ritrovai a cucire per lavoro e, nello stesso tempo, a fare la badante. Svolgere queste due mansioni considerate di “basso rango” mi ha fatto molta impressione. L’idea della serie A Woman’s Work Is Never Done è nata proprio durante un periodo in cui le notizie sul precariato dei lavoratori nel settore dell’assistenza erano all’ordine del giorno, ma non quelle sulla fragilità del sistema in sé. Così ho cercato di tradurre questo processo sulla mia mano per farlo apparire in tutta la sua brutalità, è un impiego che ti consuma come quello di chi svolge attività manuali. Usando la tecnica del ricamo, che tradizionalmente rappresenta la femminilità, e accostandola alla pesantezza delle attività manuali, che ti lasciano i calli sulla pelle, volevo comunicare la durezza dei lavori ancillari, sottopagati, sfidando il preconcetto che i “lavori da donne” siano leggeri e facili.

Alcuni l’hanno considerata una protesta femminista. Cosa ne pensa? Ne hanno dato le interpretazioni più svariate, che nemmeno io avrei mai pensato, e ne sono onorata. Per me questo progetto però parla del valore umano in generale. Spero che il titolo provochi un dibattito su cosa percepiamo come “lavoro femminile” e sullo stereotipo che vede una generale divisione tra lavori per maschi e lavori per femmine. C’è anche una sorta di classismo, perché i lavori meno pagati della società storicamente sono considerati “da donna”. Invece ci sono molti uomini impiegati nel settore assistenziale, nella ristorazione e nelle imprese di pulizie. Impieghi fondamentali che però sono quasi invisibili alla maggior parte della società. Con questa serie ho voluto rappresentarli.

“Nel campo delle arti dovrebbe essere il concetto di “classe” la questione sociale primaria per cui battersi, ancora prima del femminismo. Ci sono tuttora grandi disuguaglianze nell’accesso alla cultura e al suo sistema di riconoscimenti”

Cos’è vuol dire fare l’artista per lei? Essere un artista è un regalo prezioso che arricchisce la mia vita. L’atto creativo mi aiuta a fare un’esperienza autentica di me stessa, che è quello di cui ho bisogno. Cerco di analizzare le mie esperienze e la mia relazione con le cose. Nei miei lavori prevale un aspetto melancolico, non perché voglio privilegiarlo rispetto alla felicità, ma so che il dolore e la tristezza fanno parte della vita, sono parti nascoste, così cerco di indagarli con la sperimentazione artistica. Se sono intimamente in contatto con me stessa riesco anche ad esserlo in modo sincero anche con gli altri.

Perché c’è bisogno di una Biennale della Fotografia Femminile? Quando mi hanno invitata alla Biennale sono stata molto combattuta, di sicuro è fondamentale celebrare e condividere il talento e la passione delle donne, nella diversità dei loro approcci alla fotografia e al tema del lavoro, fare spazio a quelle voci marginali che sono rimaste a lungo in silenzio, lo squilibrio è ormai storico. Però sono un po’ preoccupata che questa differenziazione possa diventare alienante per chi ne resta escluso e mancare l’opportunità di accrescere la consapevolezza dove ce n’è più bisogno, ma spero che non sia il nostro caso.

Le donne sono ancora sottostimate nell’arte? Quando giro per le gallerie e le istituzioni culturali qui in Gran Bretagna vedo che ci sono tante grandi artiste pagate e premiate per il loro talento, sebbene molte altre, ugualmente meritevoli, facciano davvero fatica ad andare avanti. Questo succede a prescindere dal genere. Lo dico perché sono convinta che nel campo delle arti dovrebbe essere il concetto di “classe” la questione sociale primaria per cui battersi, ancora prima del femminismo. Ci sono tuttora grandi disuguaglianze nell’accesso alla cultura e al suo sistema di riconoscimenti.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

tre persone in un campo vuoto

nausicaa giulia bianchi

women priests project

Vai all'intervista

Fotografa documentarista profondamente orientata sui temi della spiritualità legata al femminile e del divino.

Nel mondo Cattolico l'ordinazione dei prete donna è ancora vietata e come tale rappresenta ancora un tabù in tutta la comunità Cattolica mondiale. Chi trasgredisce a questa regola viene punita con la scomunica. Ciò nonostante negli ultimi decenni è nato un movimento internazionale di donne che hanno deciso di disobbedire, facendosi ordinare prete e avviando un processo profondo di rinnovamento spirituale e religioso all'interno delle comunità cattoliche dove vivono. Con Women Priests Project Giulia Bianchi raccoglie i racconti e i volti delle portatrici di questo cambiamento senza precedenti. Nelle sue immagini evocative ritroviamo scorci di luoghi tanto famigliari quanto carichi di novità grazie al ruolo trasformativo della spiritualità femminile.

Sarà la chiesa del futuro?

di Silvia Criara

Un movimento di religiose disobbedienti e battagliere rivendica l’accesso delle donne al sacerdozio e il diritto di avere voce, spazi e pari poteri. La testimonianza di una fotografa coraggiosa che è entrata nelle viscere delle loro storie e ha scoperto che i loro alleati, spesso, sono proprio i preti

donna prete

Prima di iniziare a scattare Giulia Bianchi indossa sempre una camicia e la chiude fino all’ultimo bottone del collo. Quei piccoli gesti fatti con lentezza, nel tempo, sono diventati il suo personalissimo rituale, perché, dice: “Fotografare è una cosa molto seria”.
Uno scatto, infatti, può farci galleggiare sulla superficie di una storia, tenendoci fuori, senza scalfirci. Un ritratto può sfiorare una persona senza farci entrare in contatto con lei nemmeno per un istante. Ma la fotografia, se vuole, può scavare talmente tanto in profondità da provocarci e farci pensare. “È un dovere fare domande allo spettatore, non confermare quello che si vuole sentirsi raccontare, non rassicurarlo sul fatto che il mondo è quello dove siamo tutti uguali, belli e sani” dice Bianchi.
Il suo Women Priests Project, che esporrà alla Biennale, ha ribaltato il punto di vista a molta gente. Tra immagini di reportage e ritratti racconta la rivoluzione portata avanti da una settantina di suore disobbedienti, in prima linea all’interno di un movimento che rivendica la parità di genere nella Chiesa cattolica e chiede un cambiamento radicale: dare il via libera al sacerdozio femminile, una realtà proibita, persino messa sullo stesso piano della pedofilia. Gli scatti testimoniano in modo vivido, poetico e intimo la vita di queste donne, la loro spiritualità, le loro ambivalenze, le comunità che le accolgono e i loro alleati, che molto spesso sono proprio i preti.

“La fotografia, se vuole, può scavare talmente tanto in profondità da farci cambiare idea”

Come si fotografa quello che non si vede, come la spiritualità? Nei miei progetti ricerco il senso della vita, quello che si trova scavando. La maggior parte di quello che vediamo in giro sono solo involucri, manca l’intensità dello sguardo, il corpo che vive, l’anima. Spesso si vedono volti che sono solo superfici, che diventano slogan, propaganda, stereotipi. Oggi la nostra sfida è raccontare quelle persone, la loro complessità e il loro segreto. È pungolare chi guarda, perché la fotografia, se vuole, può far cambiare idea.

La fotografia può cambiare gli equilibri di potere? Certo, ma per farlo deve mostrare le persone che quel potere non ce l’hanno. Se io un servizio l’ho scattato con intimità, con empatia, tu che lo guardi ti senti davvero vicino alla persona ritratta.

Cosa rende unica una storia? Quando è importante per molte persone e se ti chiede di cambiare il mondo. Deve avere un impegno sociale.

Come è diventata fotografa? Ha avuto un momento rivelatore? Ero in viaggio Birmania, nel 2008. Il giorno stesso in cui sono arrivata a Yangon ho rischiato la vita per una caduta. Era sera, si vedeva poco e accidentalmente sono scivolata in una fogna. Mi ero fatta male a una gamba e a un dito, ma il vero problema era trovare il modo di uscire da quel buco nero e buio nascosto in una strada semideserta. Alla fine ce l’ho fatta, avevo talmente tanta adrenalina addosso che mi sono tirata su con la forza delle spalle e anche in fretta, proprio io che in palestra non tiro su nemmeno un peso da cinque chili. Nel momento in cui mi sono salvata ho pensato che la mia vita non l’avrei voluta dedicare ad altro che alla mia passione, la fotografia. Così ho lasciato il mio lavoro, facevo l’architetto dei software, e ho seguito il mio sogno. Questo cambiamento mi ha spronata a diventare una ricercatrice, a superare le mie timidezze e a lanciarmi all’avventura. La fotografia è un orologio per la visione, mi permette di meditare, riflettere, provare a capire le cose guardandole in faccia.

“La bellezza della vita sta proprio nella consapevolezza di quello che fai e che guardi”

Che cosa dicono le donne sacerdote del tuo Women Priests Project a chi le guarda? Vogliono mettere completamente in crisi lo stereotipo che il prete sia per forza maschio, vestito di bianco e nero e che sia superiore rispetto a te. Loro invece sono morbide, aperte, curiose, sono misteriose e femminili, non dicono che si mettono tra te e Dio, ma vogliono aiutarti, ti tendono la mano, ti vogliono portare in una terra che non è fatta di dogmi, ma di misteri. Il sacerdozio femminile nella Chiesa cattolica è un diritto che appartiene alla donna, il diritto di essere un leader spirituale e di deliberare in materia teologica. Nonostante questo nel mio progetto non ci sono soltanto le donne, ho immortalato anche i loro alleati uomini.

Che idea si è fatta di loro? Sono coraggiose, sfidano il potere della Chiesa e chiedono che si trasformi. La maggior parte sono ex suore cattoliche e missionarie, che per farsi ordinare sacerdote sono disposte a farsi scomunicare, per farlo devono anche trovare un vescovo disobbediente disposto a farsi radiare a sua volta. Sono donne profondamente devote, fanno parte di una generazione in cui il mondo era diverso, molte sono anziane perché sono entrare nella Chiesa negli anni Settanta, dopo il Concilio Vaticano II, quando si pensava che il cambiamento fosse possibile, ma poi non è successo perché si sono succeduti papati ultraconservatori, anche se molto amati. Per questo le giovani difficilmente entrano in convento, perché riconoscono i limiti di questa esperienza. Non si può parlare di un movimento globale, ma due anni fa quattromila suore hanno chiesto al Papa di riconsiderare il diaconato femminile, il primo livello dell’ordine sacro. Simbolicamente hanno dato incarichi “alti” alle donne, ma sulla materia teologica non è cambiato assolutamente niente, continua a essere un tabù. Ci sono studi che dicono che è più possibile che facciano ordinare persone sposate piuttosto che facciano una donna prete. C’è una misoginia vergognosa, si pensa ancora che le donne non vadano bene, che se arriveranno sarà un casino perché inizieranno a cambiare le cose, o perlomeno a farle in modo diverso, e a dire la propria. Quindi, perché invitare alla tavola del potere persone che daranno fastidio, che vorranno cambiamenti, che diranno no ai cardinali con le scarpette griffate?

Chi l'ha colpita di più? Sono andata a fotografarle in tutta Italia, in Canada, in Colombia e negli Stati Uniti. Ma quella che mi è rimasta più impressa è donna afroamericana, di Chicago, che aveva 86 anni. Era una mistica, una donna piena di mistero e libertà. Da lei e dalle altre ho imparato ad essere aperta, a disubbidire. La spiritualità femminile ci fa intravedere la Chiesa del futuro, quella dell’inclusione di tutti i generi, di tutte le razze, le minoranze, gli strati sociali. Quello che loro fanno nella religione noi dovremmo farlo nella politica, agire invece che lamentarci.

“In un’era storica in cui è così facile pensare che non abbiamo nessun potere, le donne prete ricordano che invece ognuno di noi può scegliere di provarci”

Come siete entrate in confidenza? Sono stata con ognuna almeno un paio di settimane, perché volevo entrare nelle viscere della loro storia personale, capirne la complessità, volevo lasciare un documento storico, fotografare loro, i loro album, la chiesa, le comunità. Sono capitate molte coincidenze in quel periodo e quando ne capitano così tante senti che stai andando nella direzione giusta. Ti sembra che il mondo ti stia parlando. Era come se ognuna di queste donne mi presentasse un pezzettino diverso di realtà, di verità, di mistero. E questa magia mi ha fatto diventare credente.

Che effetto ha fatto sul pubblico? Ho visto persone arrabbiarsi, andare via, ma ho visto anche persone emozionarsi e piangere. Molti mi hanno detto che avrebbero voluto incontrare le religiose, ho avuto riconoscimenti inattesi da tante persone, anche molto umili e semplici. Ricordo che una campesina in Colombia mi ha detto: “Caspita! Non ci trovo nulla di strano, d’altra parte Gesù si vestiva come una donna, con la tunica”.

Perché c’è bisogno di una Biennale della Fotografia Femminile? Perché c’è bisogno di vedere lo sguardo delle donne. Lo sento già il coro dei colleghi uomini che si lamentano perché ci creiamo una manifestazione nostra esclusiva. Peccato che noi non siamo riconosciute allo stesso modo e che ci manchino gli spazi in cui essere viste. È il momento di farlo. Per assurdo, noi donne abbiamo persino interiorizzato uno sguardo maschile sul mondo, quello che va per la maggiore, quello colonialista e patriarcale dell’uomo bianco. E nelle foto si vede. Se provi a farne una diversa ti dicono sprezzanti: “Ah certo, voi fate queste cose legate alle emozioni e a come vi sentite”.

Silvia Criara

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silvia criara

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Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

tre persone in un campo vuoto
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betty colombo

la riparazione

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Betty Colombo è una fotoreporter che lavora per diverse testate italiane ed estere, ed è coinvolta nel Local Testimonial Project di Canon. Sue immagini sono state acquistate dal Centre Pompidou, dal Guggenheim e dal Museo d’arte Moderna di Stoccolma. Il tema principale del suo lavoro sono i viaggi, un incontro di luoghi, persone e fotografia.

Il rapporto tra uomo e natura è al centro delle quattro serie presentate da Betty Colombo, una relazione colta nei suoi aspetti controversi e stupefacenti. L’uomo distrugge il pianeta e poi lo cura, entrambi si feriscono a vicenda per poi aggiustarsi. La simbiosi conflittuale tra persone e ambiente si palesa in forme molteplici: da un bosco colpito dal fuoco che rinasce con l'aiuto umano, alla cura di un animale ferito in seguito a quella stessa distruzione generata dai suoi salvatori. Il naturale cambiamento può essere vita, ma anche morte. La lotta tra queste forze segna qui un ciclo, che passa attraverso il corpo della terra, i suoi alberi e il corpo umano. Il bosco distrutto dal fuoco cambia la sua pelle, e così l'essere umano cerca salvezza nell'intervento medico che gli permetta di rigenerarsi e scongiurare la morte, destino di tutto ciò che vive.

Tutta la vita davanti

di Silvia Criara

Avevano provato a scoraggiarla all’inizio della carriera, ma lei non si è mai fermata. E quando le suggerivano che “fare il fotogiornalista è un lavoro da uomo” e che “per una donna è meglio non andare in certi posti”, Betty Colombo partiva. Adesso fa quaranta viaggi all’anno e nella sua mostra, a Mantova, ci accompagna attraverso strani luoghi, per farci scoprire quanto è prodigiosa la vita

operazione chirurgica al torace

Nell’ordine: ha camminato per chilometri dentro il Parco regionale di Campo dei Fiori e ha fatto volare un drone per vedere cosa succede a un bosco, di miracoloso, dopo un incendio devastante; ha assistito a un trapianto di polmoni in sala operatoria “quando la gabbia toracica è aperta e vedi la vita pulsare”; è entrata in un centro di sperimentazione per cure oncologiche, dove i topolini sono venerati e hanno persino delle “biologhe mamma” che si prendono cura di loro. E poi ha accostato gli scatti della vegetazione, degli interventi e delle cavie nella personale La Riparazione, che presenterà a Mantova all’interno della Galleria di Palazzo Ducale, dal 5 al 29 marzo, per raccontare la capacità di rinnovarsi dell’uomo, della natura e degli animali, ma anche le relazioni ambivalenti che li legano.

Cos’hanno in comune una foresta bruciata, una sala operatoria e un centro per la sperimentazione oncologica? Li lega il concetto di riparazione. Capita che la natura si possa danneggiare per colpa dell’essere umano o per processi interni, ma se è vero che può rovinarsi è anche vero che ha la capacità di rinnovarsi, grazie a sé stessa o per mano dell’uomo. Ed è esattamente la stessa cosa che succede all’essere umano e anche agli animali in sala operatoria, per questo che alle immagini della natura bruciata scattate dopo l’incendio a Campo dei Fiori (Varese, ndr) ho accostato quelle di un intervento al torace, di un’operazione al femore di un gatto, la chirurgia plastica ricostruttiva di un ustionato e quelle dei topolini di un centro di sperimentazione oncologica. C’è l’uomo che cura l’animale e l’animale che aiuta l’uomo a salvarsi dal cancro; la natura che si autorigenera dopo un incendio, la pelle nuova dopo un intervento e un polmone che riprende a respirare dopo un trapianto. Anche se ogni singolo progetto può bastare a sé stesso mi piaceva l’idea che ci fosse questo collegamento tra la natura che si incendia, l’uomo che si brucia ed entrambi che rinascono.

“Oggi se guardi il bosco dall’alto, fatichi a distinguere cosa c’è di bruciato, si vedono molti colori, felci, rami e masse di foglie. Tutto vive di nuovo”

Cosa non si sarebbe mai aspettata nel bosco e invece è successo? Che la natura fosse capace di rinnovarsi in modo meraviglioso e in così poco tempo, sono passati solo due anni dall’incendio e ci sono felci alte due metri. Accanto agli alberi bruciati ne sono già nati decine di nuovi. È successo perché i semi che avevano rilasciato sul terreno sono germogliati grazie al calore generato dalla combustione e già dopo poche settimane, grazie a questo fenomeno, era ricresciuta molta della vegetazione bassa. Oggi se guardi il bosco dall’alto, fatichi a distinguere cosa c’è di bruciato, si vedono molti colori, felci, rami e masse di foglie. Tutto vive di nuovo.

E cosa l’ha colpita di più in sala operatoria? Mi aspettavo un ambiente cruento, invece il clima è disteso, a tratti romantico, ed è questa sensazione di pace che volevo comunicare nelle foto. Ho sentito una grande sicurezza e una grande fiducia nelle persone (i medici e i chirurghi dell’equipe di Lorenzo Rosso al Policlinico di Milano e l’equipe di Davide Melandri per il Centro Grandi Ustionati di Cesena) e in quello che stavano facendo. È un’emozione incredibile, quando aprono la cassa toracica hai davanti la vita pulsante di un uomo, vedi i polmoni che si gonfiano e il cuore, in mezzo, che palpita. Non pensi al sangue. Ancora più commovente è quando il chirurgo sostituisce il polmone malato con quello sano, ci vuole molto tempo per ricollegare tutte le parti e permettere a quello nuovo di vivere legato al corpo. Quando arriva, in elicottero, è all’interno di un frigorifero, viene aperto ed è gonfio di aria, che è l’ultima aria che ha respirato la persona che l’ha donato prima di morire. A quel punto viene preparato, viene messo in una bacinella con del ghiaccio e poi viene fatto un taglio alla base dei bronchi e il polmone si sgonfia, viene preso, inserito nella cavità dove prima c’era l’altro e lentamente si connette. Nel momento in cui il polmone si è gonfiato e ha iniziato a respirare tutti, in sala operatoria, si sono guardati e hanno sorriso. C’era un silenzio assoluto, ma era come se dicessero: “Ok, ce l’abbiamo fatta, ti abbiamo regalato qualcosa”.

“In sala operatoria mi aspettavo un ambiente cruento, invece il clima è disteso, a tratti romantico”

Si dice che la natura non fa nulla per caso, l’uomo invece sì? Ricordo che un giorno ero in un aranceto in Sicilia e ho fatto una scoperta interessante. La proprietaria mi ha fatto notare come il prato fosse coperto da trifogli. Mi diceva che nascono quando le arance diventano pesanti e piegano i rami, allora sono lì per attutire la caduta dei frutti, affinché non si ammacchino. Quando vengono raccolte tutte le arance, all’improvviso quel manto verde, per magia, scompare.

A cosa serve la fotografia? Quando studiavo a Brera un insegnante predicava che la fotografia deve sapere comunicare da sola esattamente tutta la scena. Io, da fotoreporter, non sono d’accordo. Se racconti a parole quello che c’è dietro, la situazione cambia per chi non era presente e a me interessa che alle persone arrivi esattamente ciò che è stato. Per esempio, nella parte del lavoro dedicata alla sperimentazione animale, quella sulle cavie nel centro ricerca oncologico, non potrò dire dove ho scattato le foto per proteggere i ricercatori; spesso le persone non riescono a fare una scissione tra l’animale che hanno in casa, quello che mangiano e il topo che, invece, può salvare loro la vita. Dobbiamo essere più consapevoli del fatto che, per la nostra sopravvivenza, ci sono studi che devono andare avanti, anche perché nell’ambito della ricerca sul cancro in nessun Paese occidentale è possibile far sperimentare su un uomo un farmaco che non sia prima stato testato su un animale. Non si possono fare test su persone che già stanno male. A chi si immagina che i topi vivano nelle situazioni che vediamo in certi servizi fotografici, dico che nel laboratorio che ho visitato hanno persino delle “mamme”, come chiamano le due biologhe che si prendono cura del loro benessere. Non porto però in mostra un’opinione, porto solo un fatto, un racconto che ciascuno può interpretare liberamente.

Come vorrebbe che uscisse il pubblico dalla mostra? Vorrei che le persone si facessero delle domande. Che sviluppassero pensieri e si confrontassero. Le immagini che ho scelto sono forti e portano reazioni emotive decisamente diverse. Questo è quello che cerco mettendole davanti al pubblico di Mantova. Non porto magia, sono una fotoreporter: il mio lavoro è la realtà per quello che è, con la sua energia e le sue fragilità.
Con gli scatti del post incendio al Parco Regionale, vorrei anche spingere verso una riflessione sul rapporto di causa ed effetto che ci lega alla terra. L’essere umano dovrebbe cercare di vivere nel rispetto del terreno che sta calpestando e delle altre specie che lo stanno condividendo con lui. Per questo sono diventata Ambassador italiano di Save The Planet: portando al pubblico il bello e il brutto del mondo attraverso immagini e racconti, punto a stimolare consapevolezza e coscienza. Non si può solo vivere nel presente, occorre avere una visione lungimirante.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

informazioni Betty Colombo ha iniziato a scattare venticinque anni fa. E oggi che ne ha 44 è fotografa Canon e Ambassador di Save The Planet e di Interplast Italy, un’associazione che porta la chirurgia plastica ricostruttiva nei Paesi del Terzo Mondo. Lavora per le maggiori testate italiane. Durante i giorni del Festival terrà una lettura portfolio e una conferenza sul fotogiornalismo insieme a Chiara Zennaro, photoeditor di Condé Nast, mentre nel weekend del 14-15 marzo sarà protagonista di un workshop che si snoda per le vie della città e darà dritte fotografiche ai partecipanti insieme a due docenti della Canon Academy.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

silvia criara

silvia criara

Giornalista

Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.

donna stesa su letto di ospedale
mostra collettiva a cura di

aldeide delgado

the new woman:
Gender discourse in the development of Cuban female photography

Aldeide Delgado è la fondatrice e direttrice del Women Photographers International Archive (WOPHA); un’organizzazione che ricerca, promuove, supporta ed educa sul ruolo delle donne, e coloro che si identificano come donne, in fotografia. È l’autrice dell’archivio online Catalogo delle Fotografe Cubane e dell’omonimo libro in corso di realizzazione. Il progetto raccoglie, per la prima volta, il lavoro delle fotografe cubane dal 1900 a oggi.

In che modo la fotografia ha sostenuto la costruzione della “nuova donna” nell’immaginario cubano? In che modo si sono rappresentate le donne riguardo lo sviluppo dello stato socialista? La Nuova Donna: Narrazioni di Genere nello sviluppo della Fotografia Femminile Cubana presenta il lavoro di sei artiste le cui fotografie ci danno un assaggio di diverse storie attraversate dalle tematiche di genere. La mostra è parte delle attività di promozione del Women Photographers International Archive.

Artiste in mostra:
Niurka Barroso, Anna Mia Davidson, Kattia García, María Eugenia Haya, Sonia Cunliffe, e Gilda Pérez.

donna con abito arancione
dalla Collezione

donata pizzi

le fatiche delle donne

Donata Pizzi ha lavorato come ricercatrice iconografica, come fotografa per l’editoria e l’industria, come responsabile di agenzia fotografica. Dal 2015 lavora alla costituzione di una collezione di fotografia italiana incentrata sul lavoro di fotografe e artiste attive tra gli anni sessanta e oggi.

In questa selezione Donata Pizzi porta alla luce l'evoluzione della rappresentazione del lavoro dagli anni 60, visto attraverso gli occhi delle fotografe italiane. Se all'inizio il lavoro è mostrato come fatica, la visione si estende poi a una critica ironica dei miti di genere.
Contemporaneamente nel campo del fotogiornalismo, lo sguardo delle fotografe si concentra sulle campagne per l’aborto, le manifestazioni femministe, le lotte continue. Ma il lavoro è fatto anche di occupazioni invisibili, come la maternità e il rapporto complesso di madre e figlia. Le dinamiche che riguardano le donne e il lavoro si ripetono oltre i confini nazionali, e se le donne del Sud degli anni 60 curve sui panni ci sembrano storie del passato, possiamo invece ritrovarne le storie oggi, vissute da altre donne in altri continenti.

persona dormiente dietro finestrino
Progetto realizzato con
  • logo premio musa

premio musa

curato da Sara Munari

Il premio Musa è dedicato alla produzione di portfolio fotografici ed è rivolto a tutte le fotografe donne, senza nessuna distinzione tra amatrici e professioniste. Possono partecipare fotografe che vivono sul territorio italiano e che si esprimono in questo settore, senza limitazioni relative al linguaggio scelto.

maria grazia beruffi

chinese whispers

Nella Cina delle megalopoli, dominata da una tecnologia invadente dove il futuro è già passato e il passato sembra non interessare più, le persone stanno rielaborando i loro percorsi di vita. Queste fotografie nascono da incontri casuali durante i quali la difficoltà nella comunicazione verbale non è stata affatto un ostacolo. Anzi, attraverso quegli sguardi spesso reticenti e delicati è stato possibile creare empatia e condivisione di qualcosa di intimo, mai banale. Queste immagini non vogliono raccontare una storia o descrivere una situazione, ma solo lasciare una traccia lieve e indefinita.

claudia amatruda

naiade

Questo progetto fotografico nasce dall’esigenza di affrontare una realtà difficile da accettare per una ragazza di 24 anni, una realtà fatta di corsie di ospedale, ricerca continua di una diagnosi, dolori, medicine, fisioterapia, tante domande senza risposta e peggioramenti continui. Naiade esprime la condizione di invisibilità del dolore, il buio di una diagnosi incompleta e non definitiva, ma anche ciò che la fotografia e l’acqua sono capaci di fare insieme alla determinazione e alla voglia di combattere.

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