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La biennale
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Dove sventolano le bandiere?

Piccole mani che impugnano mitra e gelati, che scompaiono coperte dalla manica di una divisa mimetica tre taglie più grande, che stanno rigide sull’attenti pronte al comando. Sono quelle dei bambini raccontati dalle immagini paradossali di Sarah Blesener, giovane fotografa statunitense vincitrice di due World Press Photo, che studia l’effetto delle ideologie e delle polarizzazioni politiche negli occhi innocenti degli adolescenti. I suoi progetti a lungo termine sono grandi romanzi che mettono in scena le tensioni della società

Due fiocchi rosa chiudono le trecce sottili che scendono dalla testolina bionda di una bambina, colta in uno scatto che racconta la sua vulnerabilità. Nulla di strano, se non fosse che indossa un’uniforme mimetica e che si sta preparando per un’esercitazione militare. Gli adolescenti di Sarah Blesener sono ritratti in situazioni tanto reali quanto paradossali, che svelano la loro innocenza. Blesener li ha incontrati e immortalati viaggiando per accademie militari e scuole per cadetti in Russia, con il progetto Toy Soldiers, e poi negli Stati Uniti, in Beckon Us From Home, iniziato nel 2016 e tuttora in corso, ha girato in lungo e in largo tra i camp che insegnano la Costituzione, i valori americani, la storia militare e la parola di Dio ai bambini dai sei anni in su, ma anche tra le organizzazioni no profit che allenano aspiranti marines. E lo fa senza puntare il dito, ma per indagare le ideologie e le tradizioni che vengono tramandate alle giovani generazioni e per riaccendere il dialogo sulla retorica nazionalista che dilaga in tutto il mondo.

Come si è avvicinata alla fotografia? Da adolescente ero appassionata di letteratura, leggevo molto. Avrò avuto quindici anni quando un amico fotografo documentarista mi fece vedere i suoi lavori. Per me fu una svolta. Le sue storie, narrate per immagini, di ampio respiro e di lunga durata, mi sembrarono la perfetta traduzione di un romanzo in fotografia. Il suo era un modo speciale di raccontare che sentivo mio, mi è sempre piaciuto di più quel tipo di storytelling piuttosto che l’impatto di una singola immagine. Durante gli anni dell’università è arrivata la spinta definitiva. Ero a Port-au-Prince con mia mamma, che fa l’educatrice, insieme all’associazione Healing Haiti, che aiutava la popolazione locale all’indomani del terremoto. Ho iniziato a scattare foto, mentre per la prima volta vedevo all’opera decine di fotogiornalisti provenienti da tutto il mondo per documentare cosa stava succedendo.
La fotografia mi aiuta a rallentare, a passare del tempo con le persone, ad ascoltarle, a osservare il linguaggio del loro corpo. Mi aiuta a guardare le luci, i colori, a essere davvero presente. Mi fa incontrare sempre nuove persone e conoscere mondi che non avrei mai visto. Leggere dei movimenti dei lavoratori non è come scendere in strada e parlare con la gente.

Con la letteratura e la filosofia leggi e accarezzi le idee, mentre la fotografia sta nella pratica, è concreta, ti impegni in prima persona nelle cause

Gli adolescenti sono protagonisti in tutti i suoi lavori, come mai? All’università ho studiato Linguistics and Youth Development, già ai tempi avevo già deciso di lavorare con i giovani. Poi, una volta diventata fotografa, ho semplicemente continuato a seguire la mia passione, è fondamentale connettersi con ciò che si è e con le proprie attitudini. Con una macchina in mano potevo fare le stesse cose che avrei fatto da educatrice, solo in modo diverso. Mi interessano i giovani perché non hanno schemi mentali fissi, non cercano caselle da riempire come spesso succede agli adulti.
Quando studi le questioni politiche, se le guardi attraverso i loro occhi, la narrativa si sviluppa in un modo inaspettato, per loro non è tutto bianco o tutto nero. Credo che se avessi fotografato questi ultimi due progetti con gli adulti il risultato sarebbe stato molto diverso, loro hanno più sfumature, sanno uscire dagli stereotipi. Gli adolescenti fanno domande, sono curiosi ed empatici, azzerano la retorica binaria tra destra e sinistra, buoni e cattivi, giusto o sbagliato.

Seguire i giovani è come raccontare storie in evoluzione, con un finale aperto, perché non sai come si trasformeranno durante la crescita

Mi piace l’estetica di quell’età, la vulnerabilità, il fatto che non sei completamente conscio di te stesso, hai un livello di accettazione di chi ti sta intorno che è difficile trovare in persone più avanti con l’età. Gli adolescenti mi piacciono a livello visivo, ma anche sul piano filosofico, per il tipo di domande con cui si confrontano. Io cerco la contraddizione e la tensione, il momento in cui le idee preconfezionate dagli adulti si confrontano con l’innocenza di quell’età.

Perché ha scelto di esporre insieme i due progetti? Toy Soldiers era partito come un lavoro a sé appena mi sono laureata in fotografia a New York. Ero terrorizzata di iniziare una carriera da freelance lì, così ho deciso di andare in Russia da amici. Nel Midwest, dove sono cresciuta, c’è una grande diaspora. Mi ha sempre affascinata, tanto che ho studiato russo per anni.
Era il 2016, c’erano le elezioni e assistevamo all’ascesa di Trump. Si parlava molto del nazionalismo e il pubblico americano stava avviando un processo di auto analisi. Con il mio lavoro sulle scuole in Russia volevo ispirare dubbi e domande. Invece, quando l’ho pubblicato tutti hanno pensato che fosse una critica alla Russia, dicevano: “I russi sono nazionalisti, noi siamo patrioti”. Ma io non sono affatto il tipo di persona che va negli altri paesi a criticarne la cultura, era solo uno spunto per investigare in profondità la mia società. Beckon Us from Home è nato come una sorta di secondo capitolo su ciò che di simile succede qui negli States. Aveva senso mettere insieme i lavori perché non si parlava più di un paese, ma di un sentire uniforme e omogeneo nel mondo. Tanto che adesso, per chi guarda le immagini, non è facile dire a quale dei due paesi appartenga. Il progetto ha avuto molto impatto, ha portato le persone a parlare di più, e non in termini di rivalità tra nazioni, ma di questioni più profonde che accadevano dietro le quinte, di ideologie e di contraddizioni. Pensare che quando ho proposto il progetto negli Stati Uniti è scattata una sorta di competizione e alcune scuole mi invitavano per mettersi a confronto con i russi.

Cosa l’ha colpita di più degli adolescenti, come narratrice? Sono riusciti a farmi mettere in discussione ciò in cui credevo, pensavo di avere un’unica risposta alla fine del lavoro, una definizione, invece ne ho avute molte, che hanno complicato sempre di più la storia, mi ha colpita la complessità, mi tenevano sempre aperti i pensieri e le domande. Mi sono sentita molto vicina a loro, non me lo immaginavo, e questo mi ha colpita molto, ho persino stretto amicizie profonde, c’è un legame che ci tiene uniti, ho un senso di responsabilità nei loro confronti. C’è una ragazza del Nebraska che sto ancora fotografando adesso che è ventenne.
Gli adolescenti ti fanno mettere in dubbio anche l’idea di “consenso” sul piano etico, mi sono chiesta cosa significasse fotografare minorenni e se loro capissero davvero dove sarebbero andati i loro scatti, come si sentivano rispetto a questo tema. Credo che il consenso sia molto più di un processo di informazione, non si esaurisce al fatto legale di avere la firma dei genitori. L’etica che sta dietro al lavoro con loro è ciò che mi motiva di più e devo impegnarmi continuamente per ridefinirne i confini e il significato. 

Cosa permette un progetto a lungo termine? Noi fotografi, come storyteller, possiamo generare un cambiamento e promuovere il dialogo se portiamo avanti progetti a lungo termine, concentrandoci su una precisa regione e su un argomento. Se diamo spazio alle contro narrative e alle contraddizioni nel nostro lavoro. Invece di dare risposte semplici, lo scopo dei miei progetti è sempre quello di fare domande: davvero la società si sta spaccando? Che fine ha fatto l’empatia? Come stanno rispondendo i giovani a questa atmosfera politica? Voglio aprire un dialogo sulla sottile linea di confine tra patriottismo e nazionalismo, tra educazione e indottrinamento.

Nei progetti a lungo termine emergono le sfumature, le storie evolvono nel tempo, ci sono una lista di domande che ti guidano e che ti motivano. C’è più respiro, scopri come parlano tra di loro le immagini

Mentre nelle storie brevi hai qualcosa di fisso che devi andare ad accertare, in quelle dilatate nel tempo devi essere creativo nella presentazione, nel modo in cui ne parli, devi riuscire a cambiare la narrativa intorno a quell’argomento. Penso che una storia di successo debba riguardare una pratica sociale, un lavoro di comunità e puntare su mezzi di distribuzione non tradizionali, che spesso ancora non ci sono. 

Qual è il ruolo sociale della fotografia nei suoi lavori? Quando sei a contatto con persone o popolazioni vulnerabili e hai una macchina fotografica in mano devi sempre tenere in mente che la loro storia è più importante di ogni possibile immagine e dell’estetica finale del progetto. Non dobbiamo mai dimenticare questa relazione.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati.

Silvia Criara – Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.