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Non chiamatela libertà

Con i suoi scatti in bianco e nero Fatemeh Behboudi racconta i contrasti forti della società iraniana e dà voce alla gente dimenticata dai politici. Ma anche “alle battaglie interiori e alla dolorosa speranza” di chi, come lei, vive in un perenne stato di attesa che scoppi una nuova guerra

“Noi fotogiornalisti possiamo salvare la vita alle persone così velocemente come possiamo condannarle a morte.”, afferma Fatemeh Behboudi, giovane reporter di Teheran. Ogni volta che tira fuori la macchina fotografica sa bene che deve stare in guardia e tenere sempre in mente il ruolo che svolge nella società, soprattutto quella iraniana, fatta di paradossi, dove, “non si sa nemmeno cosa sia la libertà”. Nel 2015 si è aggiudicata un premio World Press Photo con un lavoro sulle madri dei martiri di guerra, dimenticati dalla politica, ma per lungo tempo avrebbe preferito non averlo vinto.

Perché ha deciso di fare la fotografa? All’inizio è stato per via di mio padre, mi avevano colpito i suoi scatti delle montagne iraniane. Ma non avevo la minima idea che potesse diventare il mio lavoro, era solo un passatempo. Le mie prime foto le ho scattate con una Praktica MTL5 e una pellicola in bianco e nero. Erano immagini di alberi e foto macro del ghiaccio e della neve, molto scure e piene di contrasti; a quei tempi non mi interessava per niente ritrarre le persone. Ce n’era una di un albero in cui avevo usato un filtro rosso, che raccontava molto il mio mondo di allora. La mia migliore amica, Leila, era rimasta stupefatta, mi aveva detto che ero riuscita a raccontare lo spirito dell’albero. Era convinta che sarei diventata una grande fotografa e quel giorno me lo aveva ripetuto per l’ennesima volta. Purtroppo quelle sono state le sue ultime parole, prima di perdere la vita in un incidente.
Per me è stato uno shock, ho vissuto anni di rabbia per quella morte improvvisa, non era giusto. Poi, col tempo, il sogno che Leila aveva visto per me è diventato un faro nel mio mondo oscuro. La sua fiducia ha illuminato il mio percorso di vita e ho deciso di ascoltarla. 

Cos’è per lei la fotografia? Per me rappresenta la speranza, è la luce in un mondo buio. Ci sono molte persone intorno a noi che vivono nell’oscurità, e l’arte, specialmente la fotografia, ha la capacità e il potere di illuminare.

C’è stato un momento particolare che ha cambiato il suo approccio fotografico, ma anche la sua vita? Certo, perché la fotografia mi ha sempre messo davanti a nuove sfide da cui ho imparato molto e forse è proprio per questo che mi piace. Ci sono due momenti che non dimenticherò mai. Durante il progetto One Moment ho seguito e fotografato gli ultimi minuti di vita dei condannati a morte, prima che fossero giustiziati. In Iran le esecuzioni sono pubbliche, può partecipare chiunque e spesso ci sono anche i bambini tra gli astanti. Volevo capire che tipo di impatto avessero quelle scene sulle persone che volontariamente decidevano di partecipare a questi avvenimenti. L’ultima volta che sono stata a documentare le esecuzioni c’erano due giovani di 18 e 22 anni, accusati di rapina. Uno di loro, nel suo ultimo momento di vita, ha detto ai reporter presenti: “Stiamo morendo per colpa vostra”. Perché qui ci sono molti ladri che non saranno mai giustiziati e che oggi sono liberi, invece loro sarebbero stati uccisi perché erano stati ripresi in diversi video.
Quel giovane mi ha dato la mia più grande lezione, in quel momento ho capito il ruolo delicatissimo dei media nella società. Possiamo salvare la vita alle persone così velocemente come possiamo condannarle a morte. E io so che devo sempre stare in guardia quando ho in mano la mia macchina fotografica.

I politici non cambieranno mai, io credo solo nelle persone e voglio creare ponti che possano avvicinarle in tutto il mondo

C’è stato anche un altro momento che mi ha illuminata. È stato quando, nel 2015, ho vinto il premio World Press Photo con Mothers of patience. Era un progetto che seguivo grazie all’aiuto della gente e volevo mandare loro un messaggio che veniva dal profondo del mio cuore, un messaggio che dalle vittime arrivasse in tutto il mondo. Specialmente alle madri dei martiri, che hanno perso i loro figli, caduti nell’oblio da oltre trent’anni. Appena ho saputo che avevo vinto il premio ho chiamato una di quelle donne. Le ho detto: “Non piangere più cara mamma. Adesso le persone di tutto il mondo conoscono la storia di tuo figlio”. Lei mi ringraziò in lacrime, lo ricorderò per sempre perché proprio in quel preciso momento ho capito che volevo fare la fotografa e che i miei scatti avrebbero dato voce alla gente dimenticata dai politici. 

Cosa vuole fare vedere con il progetto Looking for Freedom? Voglio raccontare il mondo in cui mi sentivo persa e soffocata. Cercavo la libertà, ma non sapevo nemmeno cosa fosse. Qui ci aspettiamo che scoppi una nuova guerra da un momento all’altro, nel nostro Paese o in quelli vicini. Questo perenne stato di attesa, questa vita segnata dalla minaccia, è più pesante della guerra in sé. Prova a metterti nei nostri panni, appena ti svegli, ogni mattina, senti una minaccia che distrugge tutti i tuoi pensieri, le tue speranze e i tuoi sogni di essere umano. Non puoi decidere basandoti su un futuro che può frantumarsi da un momento all’altro. Vivi immersa in uno stato di stress tremendo e non sai nemmeno quando accadrà questa guerra di cui i politici tanto stanno parlando.
Sono nata in mezzo alla guerra tra Iran e Iraq. Ogni ricordo che ho della mia infanzia, da quando ne ho memoria, è la guerra, sono cresciuta dentro quel pensiero. Da quella con l’Iraq a quella degli Usa in Afghanistan, all’emergenza dei nuovi gruppi di terroristi che minacciano i nostri confini, alla minaccia costante degli Stati Uniti di iniziare una guerra in terra iraniana.

Qui ci aspettiamo che scoppi una nuova guerra da un momento all’altro, nel nostro Paese o in quelli vicini. Questo perenne stato di attesa, questa vita segnata dalla minaccia, è più pesante della guerra in sé

Com’è possibile continuare a sperare? È l’unica cosa che ha mantenuto viva la memoria delle vittime, quella delle madri che pregano ogni giorno perché sia trovato anche solo un pezzettino del corpo dei propri figlii, per porre fine alla loro sofferenza. È una speranza che fa male, che ogni giorno corre attraverso le vite dei familiari delle vittime.

A cosa allude il titolo Looking for FreedomRichiama i giorni in cui combattevo contro me stessa, tra l’essere donna e l’appartenere alla comunità religiosa tradizionale. Essere donna mi limitava molto, mi faceva escludere da opportunità e programmi. Mi sentivo soffocata, per questo mi immaginavo modi in cui avrei potuto riguadagnare la mia libertà.

Tutte le foto sono scattate in bianco e nero, tranne due. Come mai ha deciso di farle a colori? Il bianco e nero è dovuto al fatto che vivo in un mondo dai forti contrasti. La comunità religiosa tradizionale spesso, con le sue politiche e le sue leggi rigide, mi ha fatto sentire soffocata. Ma in mezzo a tutte le mie guerre interiori ho cercato di trovare quel colore che ho perso molto tempo fa, che arriva dalle mie emozioni, che stanno cercando di trovare una strada verso il cambiamento.

Ha vinto il premio World Press Photo nel 2015. Il premio ha cambiato qualcosa nella sua vita e in quella degli iraniani? I grandi premi fanno bene alle grandi comunità. Ma quando arrivano in quelle piccole hanno un effetto diverso. A me ha fatto del bene, ma anche del male. Del bene perché sono stata la prima iraniana a vincere un riconoscimento così prestigioso, ha avuto un impatto pazzesco sulle fotografe, ma per me è stata anche una vittoria amara, perché dopo quel successo, ho visto cambiare il comportamento da parte dei miei colleghi uomini. Purtroppo i miei servizi commissionati sono diminuiti parecchio, ho passato giorni davvero duri. Onestamente, molte volte ho pensato che sarebbe stato meglio non vincere quel premio, ma oggi sono davvero felice e grata, e spero di trovare nuove opportunità lavorative per continuare a sognare.

Ha mai pensato di emigrare? Se sì, perché ha deciso di restare? Sì, in questi ultimi tre anni l’ho pensato sempre di più. Specialmente ora che le nostre condizioni lavorative sono più difficili e sembra che non ci siano modi per fare aumentare il lavoro. Da quando ho iniziato a fotografare ho sempre sognato di diventare una influente, di poter lavorare per media consolidati e documentare eventi sociali e notizie importanti. Così ho fatto del mio meglio, purtroppo come donne abbiamo molti paletti. Dove dovrei andare visto che qui la situazione è questa? Vorrei trovare un luogo in cui stare accanto alla gente. Ma davvero, non so ancora dove.

Silvia Criara

© Tutti i diritti riservati

Silvia Criara – Giornalista professionista, nata a Milano. A 5 anni chiede in regalo una piscina per le bambole, ma non la riceve. Così ha un’illuminazione, prende un cassetto di legno da un mobile e lo riempie di acqua per tuffarci le sue Barbie. Da quel momento non smette mai di seguire le idee e decide di raccontare chi porta avanti le più coraggiose per promuovere i diritti sociali, attraverso l’arte contemporanea, la fotografia, la cultura e il design. Storie di resistenza creativa che va a scoprire in giro per il mondo. Sogna molto, anche di giorno.